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«Se fosse vivo sarebbe Beethoven» Parla Leon fratello di Jimi Hendrix
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Lamezia Terme - A 40 anni dalla morte il mito di Jimi Hendrix pulsa ancora forte. Il chitarrista, passato alla storia per le memorabili performance con la sua chitarra Fender Stratocaster e per la sua tragica fine, è raccontato alla Libreria Tavella dai giornalisti Enzo Gentile e Roberto Crema, autori delle biografie "Jimi santo subito" e "Jimi Hendrix in Italia 1968". Ospite d'eccezione, il fratello minore del blackboy di Seattle, Leon di un anno più piccolo, che si esibisce in un concertocon la Randy Hansen Band al Teatro Morelli di Cosenza stasera alle 21.
«È stato un grande chitarrista blues» dice Crema, commentando il video di spezzoni rari del celebre show di Hendrix del febbraio '69 alla "Royal Albert Hall" di Londra. «Con il suo suono d'avanguardia», sostiene, «è un personaggio unico e irripetibile, un vero mito. Suonava senza effetti speciali, perché li aveva dentro di sé. Gli artisti di oggi possono contare su mille supporti diversi per propagare il loro messaggio. Hendrix no. Lui aveva solo la potenza del suo messaggio».
L'autore spiega inoltre il titolo del suo libro "Jimi santo subito": «È ovviamente una provocazione. Sono passati quarant'anni dalla morte, saremmo quindi nei tempi giusti. Hendrix ha una luce che non ha mai perso, e rappresenta per le generazioni a venire un insegnamento per la sua forza espressiva ed il suo genio».
Ma Hendrix non era solo un artista di talento. Crema, infatti, ne evidenzia la cordialità del suo carattere, iniziando con un aneddoto: «Quando vidi per la prima volta un suo manifesto, fu un grande shock, pensavo a misteriosi riti voodoo. Invece aveva dei modi gentili. È stato molto disponibile con i fan italiani: a Milano si scusò per l'annullamento del suo concerto e a Roma mentre firmava autografi, ringraziava gli ammiratori. Suonò pure con artisti italiani in due jam sessions memorabili. Era amico dei Beatles e dei Rolling Stones. Adorava Chuck Berry, Bob Dylan ed Elvis Presley. Non c'era rivalità, ma solo grande amicizia».
Tra le domande al fratello di Jimi arriva quella più pruriginosa sulla sua morte ancora tinta di giallo. Leon risponde che suo fratello «prese delle pillole per dormire, ma non in dosi tali da potergli arrecare danno e bevve del vino. Di sicuro qualcuno dopo averlo sedato gliene fece assumere delle grandi quantità. Lui rigettò barbiturici e vino e morì soffocato dal vomito. Il manager Mike Jeffery, che aveva stipulato un'assicurazione sulla vita di Jimi», continua Leon Hendrix, «era una persona ambigua e mio fratello voleva abbandonarlo. La morte di Jimi è stata la sua fortuna. Il caso venne chiuso in fretta. L'autopsia escluse la presenza di droghe, lui annegò nel vino, ma non era un grande bevitore e stranamente il tasso alcolemico si attestava sullo 0,4 per cento».
Leon Hendrix conclude con un ricordo tenero di suo fratello: «È stato un padre per me. Mi ha lasciato in eredità il suo spirito e la sua musica. Questo mi basta, anche se sono stato estromesso dal testamento dalla mia sorellastra Janie. Se fosse vivo, Jimi sarebbe il Beethoven del ventesimo secolo».
 
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Autore: Gazzettadelsud.it |Archivio Notizie dalla Città
 
 
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