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L’apologia della meschinità umana è andato in scena al Teatro Politeama
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Lamezia Terme - L’apologia della meschinità umana campeggia incontrastata nel dramma “L’Ebreo” dell’autore
Gianni Clementi,regia di Enrico Maria Lamanna messo in scena al Teatro Politeama di Lamezia
Terme e interpretato da Ornella Muti, Duccio Camerini e Mimmo Mancini. Uno spettacolo
inclemente che sviscera le miserie umane nel linguaggio romanesco degli anni di “Lascia o
Raddoppia”, capace di far rivivere fedelmente l’intero racconto animandolo con la giusta tonalità
dialettale senza mai scadere nella volgarità ed esaltando, in senso teatrale, il cinismo e la follia dei
protagonisti. L’azione si svolge in un salotto elegante di un sontuoso appartamento nel ghetto
romano, dove spiccano i regali di nozze e uno splendido abito bianco da sposa, e dove si ripercorre
la tragedia più dolorosa e sconcertante del secolo scorso: il dramma dell’olocausto ebraico e la
deportazione nei campi di sterminio. Elegante e raffinata, fasciata da una bianca vestaglia, la
splendida Muti interpreta il diabolico ruolo di Immacolata, una donna senza scrupoli, lussuriosa e
accecata dalla ricchezza ma nel contempo molto debole. Durante il periodo delle leggi razziali del
’38, emanate dal regime fascista, la vita di Immacolata cambia di colpo: un ricco ebreo, prima di
essere deportato in un campo di concentramento, durante la retata del 16 ottobre 1943, intesta a
Marcello, marito di Immacolata, che accetta di fargli da prestanome, tutti i suoi beni per paura di
perderli. Per tredici anni i due coniugi si ritrovano a gestire un’immensa ricchezza tra raffinati
appartamenti da affittare e negozi, fonti di ingenti guadagni: si realizza così un meraviglioso sogno
per l’ambiziosa popolana che, rinnegando il suo passato e screditando gli umili amici del marito,
mostra in ogni occasione la superbia e l’arroganza di chi nella vita ha avuto tutto. Avida e
calcolatrice, pur sentendosi minacciata da un possibile ritorno dell’ebreo, ella si avvinghia anima e
corpo all’inaspettata agiatezza. Trascorrono, intanto, tredici anni di lusso sfrenato, tredici anni
durante i quali l’avida donna si preoccupa solo di accumulare ricchezze e preparare il pomposo
matrimonio della giovane figlia, tredici anni vissuti da veri signori. Ma tutto ciò rischia di andare in
frantumi quando un giorno qualcuno bussa alla sua porta: è il padrone del patrimonio che pretende
la restituzione delle proprietà. Per i due coniugi inizia un incubo: si barricano in casa rifiutandosi di
aprire la porta, appostati dietro alla finestra controllano che sotto non ci sia nessuno. Fanno di tutto
per salvare l’agognata ricchezza e soprattutto, non piombare nel baratro di una vita miserevole e
frustante. I due protagonisti mostrano tutta la loro inquietudine per la nuova situazione e tra
appassionati e simpatici battibecchi, sotterfugi, inganni e sorprendenti colpi di scena coinvolgono il
pubblico divertito ed attento ad un’opera teatrale di appassionante intensità, sagace ironia, profonda
introspezione, lucida follia che sfocia in gesti estremi, parossistici ed esasperati. Con il passare delle
ore l'atmosfera si tinge di giallo: paura, meschinità, dramma si susseguono fino ad approdare ad un
finale tragico, surreale e grottesco. Infatti nel tentativo di uccidere l’ebreo, finiscono per uccidere
un’altra persona: Umberto. A questo punto si staglia a chiare linee il ritratto di Immacolata, dal
quale emerge una profonda analisi della miseria dell'animo umano, dell’eterno divario tra povertà e
ricchezza, di un mondo accecato dal dio denaro che porta al delirio e all'aberrazione e che
rispecchia quello spietato dei nostri tempi. Ma in quel viaggio senza ritorno di una donna disperata
e arida, che lotta sino alla fine per non tornare alla sua condizione di serva, si cela una profonda
solitudine, uno sconcertante isolamento che nessuna ricchezza potrà colmare.
 
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Autore: Lina Latelli Nucifero |Archivio Notizie dalla Città
 
 
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