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L'impero di Mazzei verso la confisca
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Lamezia Terme - Resta sotto chiave l'"impero" di Salvatore Mazzei. La sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Catanzaro ha convalidato quasi in toto il maxi-sequestro di beni per 200 milioni di euro effettuato nelle scorse settimane ai danni del 53enne imprenditore lametino, che a fronte di dichiarazioni fiscali di poche migliaia di euro avrebbe in realtà accumulato un patrimonio da far impallidire Paperon de' Paperoni. Una sproporzione così ingente da far scattare i controlli incrociati portati avanti dai Carabinieri del Noe e conclusi, grazie all coordinamento della Procura lametina, con la richiesta di sequestro preventivo accolta dalla sezione del Tribunale di Catanzaro presieduta dal magistrato Adalgisa Rinardo e adesso convalida con il deposito del decreto datato 14 luglio.
Sotto sequestro restano 70 fabbricati, 215 terreni, 25 società, 30 automezzi, l'Aerhotel Phelipe a Sant'Eufemia di Lamezia Terme e soprattutto la grossa cava per l'estrazione d'inerti in località San Sidero. Unica eccezione per i beni intestati a una donna lametina, dei quali il Tribunale di Catanzaro ha disposto l'immediata restituzione: secondo il collegio presieduto dal magistrato Pietro Scuteri la donna «ha ampiamente dimostrato documentalmente di essere l'effettiva proprietaria dei beni a lei intestati».
Nel convalidare il sequestro, i giudici hanno anche fissato per il prossimo novembre l'udienza per la trattazione dell'istanza di confisca degli stessi beni avanzata dal procuratore di Lamezia Terme Salvatore Vitello, che segue personalmente le indagini insieme al sostituto Luigi Maffia.
I sigilli al patrimonio di Mazzei sono stati apposti lo scorso giugno dai Carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro, della Compagnia di Lamezia Terme e del Noe. I beni oggetto di sequestro preventivo, tutti comunque riconducibili a Mazzei, erano in gran parte intestati a terze persone, nella maggior parte dei casi alla moglie ed ai figli dell'imprenditore già sottoposto alla sorveglianza speciale e tuttora agli arresti domiciliari; l'unico caso d'intestazione di beni ad estranei riguarda proprio la donna lametina in favore della quale, adesso, è stata disposta la restituzione di un immobile.
Il coinvolgimento nelle indagini del Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri scaturisce dai reati specifici che Mazzei avrebbe compiuto in materia ambientale. L'imprenditore, infatti, ha più volte violato i sigilli che erano stati in passato apposti alla cava di inerti, procedendo con l'attività estrattiva.
Nel decreto di convalida dei sigilli, Mazzei viene definito «soggetto socialmente pericoloso», capace di «rivolgere a proprio profitto l'essere venuto in contatto con il sodalizio mafioso dei Mancuso». Una presunta vicinanza alla criminalità organizzata che, secondo la sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Catanzaro, avrebbe consentito allo stesso Mazzei «di assicurarsi un sostanziale monopolio incontrastato nella zona, soprattutto per i lavori autostradali». L'imprenditore avrebbe accumulato un patrimonio enorme: «Mazzei – scrive ancora il collegio presieduto da Pietro Scuteri – risulta disporre direttamente e/o per interposta persona di beni il cui valore appare oggettivamente sproporzionato al reddito dichiarato e, soprattutto, all'attività economica svolta. Gli accertamenti patrimoniali svolti evidenziano infatti che, a fronte dei redditi denunciati e in special modo delle operazioni finanziarie compiute, Mazzei ed i terzi intestatari, legati al primo da vincoli parentali o strette relazioni, hanno evidentemente effettuato investimenti che costituiscono il frutto dell'attività illecita di Mazzei».
In definitiva, per il Tribunale, la sproporzione tra beni disponibili e attività economica svolta dimostrerebbe «l'esistenza di risorse occulte e di illecita provenienza». In alcuni casi si tratta anche di società dichiarate fallite o in liquidazione, poste sotto sequestro d'urgenza per potere ricostruire i passaggi compiuti. Società capaci, sembra, di contare su accantonamenti di liquidità per decine di milioni di euro. A nulla è valsa la perizia depositata dai consulenti della difesa di Mazzei. «Le note tecniche difensive con allegati non hanno minimamente sconfessato – scrive il Tribunale – l'assunto accusatorio emergente dalla complessiva documentazione in atti, dalla quale risulta palesemente un sistema piuttosto collaudato» secondo cui nelle società e nelle imprese del gruppo sarebbero state fatte confluire «rilevantissime somme di denaro» finite poi in «investimenti altrettanto rilevanti sia in beni mobili che in beni immobili». Se ne riparlerà a novembre, per la confisca.
 
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Autore: Gazzettadelsud.it |Archivio Notizie dalla Città
 
 
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