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Bisogna evitare di più comparaggi e relazioni con i mafiosi locali
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Lamezia Terme - Salvatore Vitello*
Fiaccole accese per testimoniare che la fiamma della speranza e della voglia di libertà dalla violenza a Lamezia Terme arde. Torce in mano in Piazza della Repubblica, davanti al Tribunale, per dire "sì" alla legalità e ad un futuro senza 'ndragheta in una parte della Calabria dove la criminalità organizzata si insinua nei vari tessuti sociali trovando terreno fertile anche nell'imprenditoria e talvolta nelle istituzioni politiche. La fiaccolta è stata organizzata da un comitato che vede unite persone di diverso orientamento politico ma tutte animate dalla ferma volontà di resistere all'aggressione criminale, di insistere nel tenere alto il vessillo della legalità.
È però mancata la partecipazione della gente comune, della cosiddetta società civile. Pochissimi i giovani.
Inutile girare attorno al ai fatti. Lamezia, nella provincia catanzarese, è il centro dove maggiore è la densità mafiosa. Le cause di ciò sono molteplici e risalenti nel tempo. Le responsabilità sono generali e riguardano tutti, comprese le istituzioni che si sono occupate di sicurezza in questa città. Purtroppo, nonostante la buona volontà di pochi, non si riesce a scalfire il muro di indifferenza che pervade larghi settori della comunità. Non bisogna però scoraggiarsi, nè farsi scoraggiare dall'esiguo numero di persone che partecipano a queste importanti iniziative.
La fiaccolata della legalità, così mi piace chiamarla, indica alla gente un percorso, una strada e rappresenta una logica prosecuzione dello straordinario successo mediatico ed un effetto positivo della vitalità che la città ha espresso nei giorni scorsi con le manifestazioni antimafia del festival "Trame".
La fiaccolata vuole esprimere un concetto. Pur nella disperazione e nella rassegnazione, qualcosa si può fare perché vi sono persone che hanno voglia di resistere, che non si adagiano alla falsa sicurezza che offrono i cerberi criminali che ostentano la loro "autorità" 'ndragetista", anzi i partecipanti alla fiaccolata aborriscono, rifiutano e combattano quel tipo di sicurezza mafiosa. Questi volentorosi propongono la battaglia di legalità nell'unico modo che sanno fare, mettendo in gioco la loro vita, non certo per sconsideratezza ma perché amano così tanto la vita da doverla tutelare dal cinismo e dall'assassinio.
Vogliono sensibilizzare le stesse famiglie mafiose a salvaguardare la vita dei loro figli; a dare loro un futuro normale, fatto di occasioni di studio e di affermazione nella normale vita di relazione, senza l'ansia e la paura di finire ammazzati o in galera.
Non vogliono cedere il patrimonio di tutti (in un posto baciato dalla natura per la presenza di straordinarie bellezze naturali) ai predoni del malaffare. Si riuniscono e cercano l'aggregazione intorno a quel baluardo di legalità che è l'istituzione giudiziaria. Un'istituzione che non ha colore perché è a servizio della collettività, del popolo, in nome del quale afferma il diritto ed agisce per la sua tutela.
Certo questo non basta. Occorre che ciascuno, nella propria vita, anche con le dovute cautele, faccia sentire il peso dell'emarginazione a questi soggetti che non hanno rispetto per la vita degli altri, non solo ai mafiosi "militanti" ma anche a coloro che vi ruotano attorno (siano essi professionisti prezzolati o funzionari pubblici o politici dediti alla malversazione), per esclusive mire di arricchimento, talvolta a scapito degli stessi mafiosi.
Bisogna allontanarli dal consorzio civile innanzitutto evitando di intrecciare comparaggi e relazione di varia natura: inviti a battesimi e matrimoni, feste e partecipazioni varie. Non bisogna andare nei locali frequentati da mafiosi e loro amici. Non bisogna andare nei bar, nei ristoranti o nei lidi gestiti da loro prestanome.
Sentirsi forti perché si ha un amico mafioso è una puerile illusione. Pensare di potere godere del potere di un ufficio pubblico elettivo perché sostenuto dalle famiglia mafiose è da incoscienti. Tante e tali saranno le pressioni, che, a paragone, lo schiavo di Roma avrà avuto maggiore considerazione.
Non bisogna frequentare né i mafiosi, né i loro familiari, né le loro imprese, e né intessere con loro ed i loro amici vincoli di amicizia o di affinità. L'alternativa è porsi nella condizione di essere totalmente assoggettati alla loro volontà di dominio. L'alternativa è la rinuncia totale alla libertà propria e della propria famiglia.
Alla fine, quello di cui dovrà rendere conto al tribunale delle sua coscienza, l'unico tribunale che dovrà veramente temere, è il coraggio delle proprie scelte. In quella sede non sarà possibile addurre alibi di sorta. Alla domanda su cosa hai fatto della tua vita, dovrà rispondere secondo verità senza alcun infingimento. Dirà: io non c'ero, o io ho trovato comodo il disinteresse. Credetemi , penso che non sarà una bella risposta! Anche voi cittadini per bene, in questo modo, per una scelta miope, avete rinunciato al futuro dei vostri figli.
*Procuratore di Lamezia
 
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Autore: gazzettadelsud.it |Archivio Notizie dalla Città
 
 
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