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Io l'imprenditore rinchiuso a Siano ma innocente
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Lamezia Terme - Da Giuseppe Trichilo, imprenditore lametino di 37 anni, rinchiuso nel carcere catanzarese di Siano, riceviamo e pubblichiamo:
«Sono Giuseppe Trichilo, nato a Crotone nel 1974 e residente a Lamezia Terme, attualmente detenuto nel carcere di Siano per il reato di illecita concorrenza con l'aggravante del metodo mafioso.
Ero socio nella mia azienda familiare, la Edil Trichilo Srl di Lamezia nata nel 1992 grazie a mio padre, che purtroppo il 25 maggio dell'anno scorso ha perso la vita con mia sorella in un incidente stradale davanti all'azienda.
Il 13 luglio dello stesso anno vengo arrestato ed ho fatto la cosa che ritenevo più corretta: mi sono dimesso per non ostacolare o creare problemi ai miei soci, cioè i miei due fratelli.
Ad un anno dall'arresto è stata fatta richiesta per me di sorveglianza speciale e sequestro dei beni. Per questo motivo ora all'azienda non viene rilasciato il certificato antimafia necessario per avere gli appalti. Com'è possibile tutto questo se mi trovo in carcere da oltre un anno e non sono più socio della Edil Trichilo?
L'impresa ha sempre partecipato a gare d'appalto pubbliche e private con la massima trasparenza e correttezza, cosa che è facile accertare. L'azienda è il frutto di onesto lavoro che dimostrerò ampiamente nelle sedi competenti, visto che sono in attesa di giudizio e c'è la presunzione d'innocenza prevista dalla legge. A questo punto mi chiedo: si può distruggere così una vita di lavoro?
Vorrei rendere di dominio pubblico la mia storia perchè nell'impresa si trovano a lavorare un sacco di persone che in parte sono state licenziate, ed a breve cjhi è rimasto potrebbe finire in mezzo alla strada. Meritano tutto questo?
E quando riuscirò a fare riconoscere la mia innocenza cosa diranno le autorità ai figli di questi lavoratori, "scusateci, abbiamo sbagliato"? Ma basterà? Non dimentichiamo che siamo in Calabria dove la politica e le autorità sono assenti, e quanto è stato fatto finora in questa terra è opera di singoli e onesti lavoratori come la mia famiglia.
Amo la mia terra e amo quei lavoratori che da anni danno l'anima perchè l'azienda possa andare bene. Hanno diritto d'essere rispettati, quel rispetto che uno Stato è obbligato a dare.
Spero tanto che con questa mia lettera possa dimostrare la mia assoluta innocenza. Mi trovi in carcere per una sola telefonata, fatta per sfogare la rabbia che avevo in quel maledetto momento. Stavo lavorando con la mia azienda a Marina di Gioiosa Jonica, e da un'altra impresa del luogo vanto un credito di 500 mila euro, che nel marzo del 2008 era di 913 mila.
Io dovrei essere colpevole di un reato contestato dalla procura di Reggio Calabria e invece mi sento d'essere parte lesa.
Intanto questo credito di mezzo milione di euro ha quasi mandato in fallimento la mia azienda. In più sono stato arrestato, peggio di un criminale, e per l'opinione pubblica sono attivato a quasi 40 anni per diventare uno 'ndranghetista. Sono davvero distrutto per tutto questo».

Giuseppe Trichilo
 
Allegati: Nessun allegato presente
 
Autore: Gazzettadelsud.it |Archivio Notizie dalla Città
 
 
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