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Di Cello non sparò contro il carabiniere
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Lamezia Terme - Gianfranco Di Cello, 39 anni, l'uomo che fu arrestato con l'accusa di tentato omicidio e detenzione illegale di pistola, è stato prosciolto. Un'assoluzione per mancato raggiungimento della prova sulla responsabilità dell'imputato, ma non si tratta di insufficienza di prove, formula cancellata dal nuovo codice penale.
L'uomo era accusato d'avere sparato contro un carabiniere la sera del 14 maggio dell'anno scorso in contrada Guerrieri-Serra, località montana del rione Bella. S'era trattato di colpi di pistola contro un carabinieri e la sua ragazza che stavano insieme in un'auto. Il militare rimase ferito alla mano sinistra.
Secondo il giudice dell'udienza preliminare Carlo Fontanazza quella sera a sparare non fu Di Cello. Una conclusione maturata al termine di numerose udienze nel corso delle quali l'accusa rappresentata in aula dal sostituto procuratore Maria Alessandra Ruberto aveva chiesto la condanna dell'imputato.
Quel giorno Di Cello fu sottoposto allo stub, l'esame per accertare se avesse sparato. Il giudice delle indagini preliminari emise nei confronti del Di Cello il provvedimento della custodia cautelare in carcere, e furono definiti decisivi «gli esiti dello stub laddove si tiene conto che il Di Cello non aveva, per sua stessa ammissione all'atto del prelievo, avuto alcun contatto con solventi o con materiale esplodente o da sparo», ma anche perché «non svolgeva attività lavorativa che lo sottoponesse a fattori inquinanti e si fosse comunque lavato le mani con sapone prima del controllo, effettuato a quattro ore circa di distanza dall'evento e svoltosi», scrisse il magistrato, «in un contesto atmosferico contraddistinto da forte vento, con tutto ciò che ne consegue in termini di maggiore facilità di dispersione della tracce da sparo, pur rinvenuti sulla persona dell'indagato».
Per l'accusa non c'erano dubbi: a sparare sarebbe stato Di Cello. Tesi ampiamente contestata dalla difesa, rappresentata in aula dall'avvocato Annarita Amato che nel corso delle varie udienze, con l'ausilio di una perizia difensiva, ed in quella di ieri, ha contestato la perizia d'ufficio, prospettando la possibilità di una contaminazione delle prove raccolte, anche perché, ha spiegato il difensore, non c'era movente ed i bossoli sono stati ritrovati in un luogo accessibile a tutti.
Secondo l'avvocato a contaminare la scena del crimine sarebbe stati gli stessi investigatori che probabilmente, nel corso delle attività di riscontro attuate la sera del presunto tentato omicidio, hanno facilmente trasportato dentro l'abitazione di Di Cello una particella di residuo d'arma da sparo. Una possibilità emersa anche ieri in aula quando è stato di nuovo sentito il perito del giudice che non ha escluso che a trasferire sulla mano sinistra dell'imputato la particella di polvere da sparo siano stati gli stessi carabinieri.
Residui che non sono stati ritenuti sufficienti anche ai fini della valutazione dello stub, che dall'accusa fu considerata una prova importante. Dall'analisi scientifica emerse che sulle mani e sugli indumenti c'erano tracce di polvere da sparo compatibili con la polvere ritrovata nei bossoli rinvenuti sulla scena del crimine.
A distanza di otto mesi Di Cello è stato prosciolto da quell'accusa. Il Gup ieri mattina ha sentito il perito e due carabinieri che quella sera si trovavano sulla scena del crimine per eseguire le perquisizioni ed effettuare la prova dello stub.
 
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Autore: Gazzettadelsud.it |Archivio Notizie dalla Città
 
 
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