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Undici omicidi, un solo imputato
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Lamezia Terme - LAMEZIA TERME - Undici omicidi e cinque tentati omicidi, tutti avvenuti a Sambiase tra l'82 e il '91. Ma un solo imputato: Pasqualino D'Elia, 44 anni, lametino doc che per un periodo ha vissuto nell'entroterra del Vibonese e oggi è uccel di bosco.
D'Elia il 26 aprile dovrà comparire davanti alla Corte d'assise di Catanzaro per rispondere di tutti questi reati, praticamente una strage avvenuta in un decennio in un territorio ad alta densità mafiosa come Sambiase dove i clan, ieri e oggi, non hanno pace. Il suo rinvio a giudizio l'ha deciso il gip del tribunale catanzarese Antonio Giglio su richiesta del pubblico ministero antimafia Maria Carla Sacco dopo una serie di processi riuniti e durati degli anni.
Nella richiesta di rinvio a giudizio di D'Elia c'è un pezzo di storia di mafia sambiasina. Quella che ha insanguinato il quartiere per anni trasformandolo in un Far West. Si parte dall'82, quando l'imputato non è ancora ventenne ed è già affiliato alla cosca che gli inquirenti attribuiscono a Domenico Pagliuso, più conosciuto come "Don Mico". Insieme a Peppino Pagliaro e Pietro Buffone l'imputato organizza il delitto di Agostino Ruberto. I killer Pietro Pulice e Vincenzo Caligiuri compiono la loro missione di morte il 9 maggio di quell'anno. Questo si legge nell'accusa, ma alla fine l'unico che arriva davanti a un giudice è D'Elia, che nell'omicidio ha un ruolo marginale. Gli altri presunti autori sono tutti all'altro mondo, morti per cause naturali o di piombo, e comunque non si trovano imputati in questo processo.
Gli omicidi rientrano in diverse guerre di mafia: c'è una faida interna agli Andricciola, una lotta tra i Pagliaro-Pagliuso e una fazone degli Andricciola, poi la guerra tra Pagliaro che s'era affiliato alla cosca Iannazzo schierandosi contro i Pagliuso. L'elenco dei morti ammazzati è incredibile: Antonio e Giovanni Andricciola muoiono uccisi a pallettoni tra l'agosto e l'ottobre '87. Il primo subisce un attentato il 14 agosto, gli sparano da un vespone, ma riesce a salvarsi. Resta vivo soltanto qualche altro giorno, perchè il 25 agosto lo freddano con una 357 Magnum. Giovanni Andricciola viene ucciso con 35 pallettoni e 40 pallini due mesi dopo. Intanto per un altro Andricciola, salvatore (classe '56) c'era stato un tentativo d'omicidio.
Due gli omicidi nell'88: Antonio Raffaele Talarico e Francesco Fortuna. In quest'ultimo caso vogliono ammazzare anche uno scomodo testimone oculare, Mario Colloca, che riesce a scappare. Nell'89 pallettoni per Pasquale Buffone. Nel '90 quattro omicidi e tre tentati: muoiono Carmine Di Lascio (viene scambiato per Rosario Cappello e resta ucciso per errore), Felice e Giuseppe Pagliuso (quest'ultimo scampato a un attentato qualche mese prima), e Antonio Perri. I due vengono uccisi a colpi di kalashnikov in pieno giorno. A decidere la loro morte il clan Iannazzo, che sosteneva i Pagliaro nella lotta contro i Pagliuso. Nel giugno un altro Pagliuso, Domenico, viene preso di mira ma si salva miracolosamente.
L'ultimo omicidio dell'elenco è quello di Salvatore Andricciola, classe '56. Il mandante è omonimo, ma è del '37. Per eseguire la sua condanna quest'ultimo si accorda con Francesco Giampà, più noto come "Il Professore", che dà l'incarico di morte ad uno dei suoi killer, Stefano Speciale. È il 27 ottobre 1991. Un nome sconosciuto, quello di Stefano Speciale, che ritorna nelle cronache lametine soltanto dieci anni dopo, quando il killer pugliese diventa collaboratore di giustizia e confessa di aver ucciso l'ispettore di polizia Salvatore Aversa e sua moglie Lucia Precenzano in via dei Campioni la sera del 4 gennaio 1992. Cioè meno di tre mesi aver eseguito il delitto Andricciola. Facendo così cadere tutte le testimonianze di Rosetta Cerminara che aveva accusato del duplice omicidio Giuseppe Rizzardi e Renato Molinaro.
Ma chi è Pasqualino D'Elia? In tutti gli omicidi di cui è accusato non si sarebbe mai macchiato le mani di sangue. Da quando aveva vent'anni faceva sempre da spalla: il basista, forniva le armi, ma il suo impiego primario era l'autista, perchè dotato di sangue freddo e ottime capacità di pilota.
Ad un certo punto D'Elia fa il pentito. Diventa collaboratore di giustizia intorno all'86. A difenderlo in giudizio è l'avvocato Paola Garofalo del foro catanzarese. Comincia a vuotare, e i giudici lo credono perchè ne sa una più del diavolo. Poi evidentemente si spinge troppo oltre, e cominciano a mancare quelli che in aula si definiscono "riscontri obiettivi". E lo Stato gli toglie lo status di collaboratore: niente soldi e via la scorta.
Adesso si trova anche senza un avvocato, perchè nella scorsa udienza il Gip per lui ha nominato un avvocato d'ufficio. Che assicura: non accettero incarichi da D'Elia. Così la sentenza sembra già scritta.
 
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Autore: Fonte: gazzettadelsud.it |Archivio Notizie dalla Città
 
 
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