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Lettera-denuncia di Aurelia Bertolami
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Lamezia Terme - «Non m'è rimasta alcuna speranza, ma solamente debiti e disperazione». Aurelia Bertolami scarica 24 anni di incubo su tre pagine inviate alla Gazzetta del Sud: prima il rapimento del padre Giuseppe Bertolami, titolare di una delle più grandi e floride aziende agricole della Piana, poi il lungo elenco di danneggiamenti, furti, incendi, chiare intimidazioni mafiose sulla terra di famiglia.
«Nessun aiuto è stato dato per il sequestro di mio padre», scrive la figlia di Giuseppe Bertolami, «e non ho mai avuto la possibilità di assicurare i beni, per cui nessun risarcimento ho mai avuto. D'altra parte i fatti, la continuazione, l'accanimento continuo ed insistente dimostrano inequivocabilmente la natura estorsiva».
Quello di Aurelia Bertolami più che un appello disperato di una vittima della 'ndrangheta, è un atto d'accusa contro lo Stato. E la signora rimane colpita dal fatto che la Direzione investigativa antimafia catanzarese abbia aperto un'indagine sugli affari sospetti delle più forti cosche della 'ndrangheta calabrese sui preziosi terreni del Lametino. «Ho appreso dalla Gazzetta del Sud del 23 gennaio scorso che la criminalità organizzata allunga le mani sulla Piana acquistando terreno a prezzi esorbitanti. C'è da rimanere perplessi. Allo stato in cui è ridotta non ho ricavato niente dalla mia azienda, nè ricaverò qualcosa in futuro, perciò avrei venduto a qualsiasi prezzo per l'esasperazione. Ma il fatto vero», è l'amara constatazione dell'imprenditrice, «è che la 'ndrangheta non compra ma vuole e impone».
Tutta la vita di Aurelia Bertolami è segnata dalla violenza dei clan. Da quand'era giovane e rapirono suo padre nell'azienda di località Pagliarone, a Sant'Eufemia, lungo la vecchia Statale 18 che porta all'area industriale. Era l'ottobre 1983 quando Giuseppe Bertolami sparì. Scrive oggi la figlia ricordando con dolore quel tragico episodio: «Per circa due mesi ci furono telefonate da parte dei sequestratori che chiedevano il pagamento di cifre esorbitanti che la mia famiglia assolutamente non poteva avere, e avvertimmo di tutto la polizia. Dopo tante telefonate i sequestratori imposero l'ultimatum e ridussero il riscatto. Si arrivò alla conclusione di pagare facendo grossissimi sacrifici, impegnando tutto quanto avevamo per raccogliere la somma richiesta. Sono passati 24 anni, e non so ancora dov'è stato seppellito. Purtroppo le cose non sono andate per come si sperava».
Molti anni dopo la figlia Aurelia nonostante tutto s'era rialzata, tentando di riprendere in mano l'azienda paterna. Nel '97 aveva messo su un agrumeto pregiato a coltivazione biologica con 60 mila piantine in 21 ettari. «Ma è partita l'opera di annientamento da parte di ignoti delinquenti», racconta adesso. E fa un lungo elenco di intimidazioni che parte dal primo agosto 2002 e arriva al 24 luglio scorso. Con due episodi agghiaccianti: nel febbraio 2004 vengono incendiati 15 ettari con 40 mila alberi di agrumi, e nell'agosto dello stesso anno altri sei ettari con 20 mila piantine. Quell'anno sono andati in fumo 550 mila euro. «Tutti danni sempre denunciati alla caserma dei carabinieri di Lamezia Terme Scalo competente per territorio», spiega, «e tutti episodi che si sono verificati in località Pagliarone».
Con quali risultati? A rispondere con una sola parola è l'avvocato Achille Esposito, il legale della famiglia Bertolami che ha consegnatoa mano la lettera alla Gazzetta: «Nessuno».
Giuseppe Bertolami fu sequestrato il 12 ottobre 1983.Di lui e dei suoi rapitori non si trovò mai traccia
 
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Autore: Fonte: gazzettadelsud.it |Archivio Notizie dalla Città
 
 
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